Risalente al XIII secolo; in posizione strategica, a strapiombo su uno sperone di roccia calcarea che domina il corso del Fiora, proveniente dal Monte Amiata, in un tratto dove il fiume scorre in profonde forre rocciose e segna il confine tra Lazio e Toscana. A pianta poligonale con cinque torri. L’Abbazia, di cui si hanno notizie dal IX secolo, era dedicata a San Mamiliano, particolarmente venerato in Maremma. Distrutta nel 964 dai Saraceni, poi ricostruita. Nel 1140 proprietà della Camera Apostolica; alla fine del XIII secolo è sotto il controllo templare. Il cardinale Albornoz la riporta a proprietà pontificia; dal XV secolo è dei Farnese. Dalla fine del XVI secolo passa definitivamente alla Camera Apostolica e la funzione di baluardo difensivo, prima monastico, poi militare e successivamente di residenza fortificata nobiliare viene a cadere ed è concessa in enfiteusi per sfruttare la produzione agricola. Nel 1808 viene acquistata da Luciano Bonaparte; nel 1853 Carlo Luciano Bonaparte la vende ad Alessandro Torlonia che la trasforma in rimessa per attrezzature agricole e stalla, abbandonandola al degrado. Un’importante restauro della Soprintendenza Archeologica negli anni ’60 restituisce all’edificio lo stato pristino, ripristinando anche il fossato. Nel cortile: cappella all’interno della torre Est con campanile a vela. Oggi sede Museo Archeologico Nazionale di Vulci.